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24/03/2005: In ricordo di Mons. Oscar Romero

Nel giorno del 25° anniversario dell'assassinio, durante la celebrazione dell'Eucarestia, di Mons. Oscar Romero, arcivescovo di El Salvador, pubblichiamo alcuni stralci di una delle sue ultime Omelie Pasquali, pronunciata in situazione di conflitto armato, e di una intensa omelia di Mons. Tonino Bello, insieme ad alcuni utili link per chi volesse approfondire la conoscenza di un testimone "scomodo" del nostro tempo.
Autore: Mons. Oscar Romero e Mons. Tonino Bello
» Sito di riferimento

Dettaglio della news

(Cliccare sui titoli per accedere ai testi completi, dalle fonti di riferimento)


DALL'OMELIA DELLA VEGLIA PASQUALE DI MARZO '78

Cari Fratelli,
(...)
Questa notte chiudiamo solennemente il Triduo Pasquale. Tre giorni, i più grandi dell’anno, che sono serviti per considerare i tre aspetti della nostra redenzione: la sofferenza, la passione del Redentore il Venerdì Santo; il silenzio della tomba dove giaceva il cadavere di Cristo, la speranza del sepolcro; e questa notte, il trionfo della resurrezione. Queste tre cose: la passione dolorosa, il sepolcro e la resurrezione, sono ciò che costituisce il mistero Pasquale.
(...)
1° LA SOFFERENZA, LA PASSIONE DEL REDENTORE
La passione dolorosa di Cristo, la sua sofferenza. L’uomo di oggi fugge il dolore, non vuole la sofferenza e, senz’altro, nessuno come l’uomo di oggi è così convinto che la morte, il dolore siano invincibili; per quanto si possano inventare medicine, prevenzioni contro la sofferenza e contro il dolore, quest’ultimo sta regnando e la sofferenza è eredità dell’uomo, che lo si voglia o no. Quindi, il segreto sta nel dar senso a questo dolore. È qui che il battesimo incorpora l’uomo con tutta la sua tragedia, con tutto il suo dolore, affinché la sofferenza della sua vita, la sua fame, la sua emarginazione, si converta assieme a Cristo, in un dolore di redenzione.
Questa notte possiamo offrirla al Divino risorto, incorporando nelle sue piaghe gloriose, tutta la nostra sofferenza. Chi di noi – che stiamo riempiendo questa Cattedrale – e di quelli che attraverso la radio stanno riflettendo in questa notte santa, non ha sofferenze? Quale cristiano non ha un problema nella sua coscienza? In questa notte Cristo c’invita ad unire nel suo dolore, alla sua croce, tutti i dolori per renderli divini, per illuminarli con la luce della Pasqua, per riempirli di Speranza. Una notte, fratelli e sorelle, in cui il miglior regalo che gli possiamo portare al Risorto è la nostra propria sofferenza, perché unita alla sua resurrezione si converta in un dolore di redenzione.

2° IL SEPOLCRO SILENZIOSO MA NON PASSIVO
Il secondo aspetto della Pasqua è il sepolcro del Sabato Santo. Sepolcro silenzioso ma non passivo, perché la nostra fede ci dice che mente il corpo di Cristo trascorse nel suo sepolcro dal Venerdì Santo pomeriggio fino all’alba di questa notte, l’anima benedetta di Cristo stava lavorando.
(...)
Cristo è venuto a redimere tutti gli uomini, non solamente quelli che rinasceranno dopo di Lui, ma anche quelli che vissero prima, nella speranza di una Resurrezione. Il sepolcro silenzioso è la figura della nostra speranza. Qui in questa notte pasquale, questo sepolcro si trasforma in una tomba vuota ed è il miglior monumento alla speranza dei cristiani. Moriremo anche noi, soccomberemo all’arrivo del dolore e della morte, invecchieremo. Si dirà per questo che la redenzione di Cristo non fu efficace? In nessun modo! Questo vuol soltanto dire che nella redenzione di Cristo c’è una certezza assoluta che è la sua persona divina. Lui, sì, ha trionfato pienamente ma il genere umano deve vivere ancora di speranza. La speranza ci è necessaria!
(...)
Fratelli, in queste ore in cui ci pare di vivere la storia come in una strada buia senza vie di uscita, la speranza illumina l’orizzonte dei cristiani. Il sepolcro di Cristo, dove sembrava che i nemici del Signore suggellassero la loro vittoria, ora, questa notte, rotte le catene ed i sigilli che avevano posto i nemici, grida: “Oh morte! Dov’è questa tua vittoria?” E così come il sepolcro di Cristo rompe i catenacci della morte, anche i sepolcri dei nostri morti, ed i nostri stessi sepolcri, rimarranno vuoti, un giorno.
È urgente alimentare questa speranza, soprattutto in queste ore, fratelli, in cui molti pensano di dare una soluzione ai problemi politici, sociali ed economici unicamente organizzando la terra, solo con misure terreni. La redenzione ci comunica che la vera liberazione dell’uomo dev’essere il frutto di un Cristo trionfante e della Speranza che in Lui pongono gli uomini. Quanto più gravi sono i nostri problemi, tanto maggiori opportunità stiamo dando al redentore, tanto più grande dev’essere la nostra speranza. È una notte di Speranza, una notte di Pasqua, una notte di un sepolcro vuoto.

3° IL TRIONFO
E ora dunque, fratelli, la terza fase della Pasqua: il trionfo.
Questa è una notte di trionfo, una notte di vittoria. Ma non una vittoria che lascia schiacciati nell’odio, nel sangue, in mano ai nemici. Le vittorie che si conquistano con il sangue sono odiose; le vittorie che si ottengono con la forza bruta, sono animalesche; la vittoria che trionfa è quello della fede, la vittoria del Cristo che non venne ad essere servito ma a servire. Ed il trionfo del suo amore è questo trionfo pacifico (il trionfo della morte non fu definitivo) è il trionfo della vita sulla morte, il trionfo dell’allegria, il trionfo degli alleluia, il trionfo della resurrezione del Signore.
(...)
Dalla resurrezione di Cristo fino alla sua seconda venuta., quanti secoli passeranno? Non lo sappiamo, ma se sappiamo che con la resurrezione di Cristo si è già siglata la vittoria sul peccato, sopra l’inferno, sopra la morte; e che Dio ha incaricato la sua Chiesa l’amministrazione della sua vittoria nel cuore di ogni uomo. Da qui parte il lavoro faticoso dell’evangelizzazione, la fatica di riconciliare gli uomini con Dio, la fatica di portare il sangue di Cristo a tutti, la fatica di seminare l’amore del Signore sopra tutti gli odi, la fatica di seminare la pace fra i popoli, la giustizia nelle relazioni umane, il rispetto ai diritti degli uomini che santificarono la redenzione del Signor.
Questo lavoro della Chiesa presuppone lotte sanguinose, conflitti dolorosi; ma sono parte della Pasqua di Cristo, una Pasqua che non sarà compiuta pienamente fino a che Cristo non ritornerà. Questa notte è l’immagine della Chiesa in attesa dell’alba. Avete sentito nella preghiera pasquale quando si cantava la gloria di questo bellissimo cero, di questa grossa candela con una croce di gloria, acceso nel mezzo di questa assemblea. Questo cero è la figura di Cristo, è la Chiesa che illumina la notte con la luce di Cristo. Il diacono cantava: “che va illuminando la notte fino a che le luci del giorno annuncino che già questo cero non è più necessario fino a che quel giorno, con la sua chiarezza, è la luce che illumina l’uomo pellegrino sulla terra”.
(...)
Cosi sia.

Mons. Oscar Romero

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UN VESCOVO FATTO POPOLO
(Omelia pronunciata da don Tonino Bello nella Basilica dei Santi Apostoli in Roma, il 23 marzo 1987, nel settimo anniversario del martirio di Oscar Romero)

Carissimi fratelli e sorelle,
ci siamo riuniti in questa stupenda basilica dei Dodici Apostoli in Roma per celebrare non l'exploit degli uomini, ma l'exploit di Dio.
Ricordare un martire, infatti, significa individuare il punto in cui la Parola si gonfia così tanto, che la sua piena rompe gli argini e straripa in colate di sangue. Che è sempre il sangue di Cristo: quello del martire ne è come il sacramento.
Oscar Romero, perciò, è solo lo squarcio della diga. Gli innumerevoli testimoni che hanno dato la vita per Cristo, e che stasera ricordiamo in questa liturgia pasquale, sono solo il varco da cui il Dio dell'alleanza fa sgorgare sulla terra, in cento rigagnoli, i fiotti della sua fedeltà.
Al Dio dei martiri, quindi, più che ai martiri di Dio, gloria, onore e benedizione.
(...)
Ecco allora il tema generatore della nostra riflessione: il martirio di Romero come frutto della Parola. Scomporremo questo tema in tre momenti, sottolineando come la Parola di Dio ha costruito nel santo vescovo salvadoregno la spiritualità dell'esodo, la spiritualità del dito puntato, la spiritualità del servo sofferente.

SPIRITUALITA' DELL'ESODO
Esodo da dove? Dal nascondiglio di una fede rassicurante, intimistica, senza sussulti.
Quando ho letto che la conversione spirituale di Romero è avvenuta esattamente dieci anni fa, allorché nel marzo 1977 venne ammazzato, con altri due compagni di fede, padre Rutilio Grande (un prete che aveva scelto di operare per la redenzione di un mondo gravato dalla miseria e dalla sofferenza), mi è venuto subito in mente un libro di von Balthasar: "Cordula, ovverosia il caso serio. Cordula era una giovinetta di cui si parla nella leggenda delle undicimila vergini. Sfuggita alla morte, come vide che le sue compagne erano state tutte uccise per la causa di Cristo, uscì dal nascondiglio in cui si era rintanata per paura, e sì offrì volontariamente alla spada del carnefice.
Ebbene, Cordula (autentica o leggendaria la sua figura, non importa) mi sembra l'archetipo di Romero. Il quale, intendiamoci bene, non è che fosse pavido, ma certo era prudente. Era un professore della fede, non un confessore. Era uno di quelli che scorgevano nei documenti di Medellin e di Puebla un attentato all'ortodossia del Vaticano Il. Non simpatizzava certo per la teologia della liberazione. Era così sospettoso nei confronti di quei preti che si facevano carico dei problemi d'ingiustizia e di oppressione vissuti dal popolo, che la sua nomina ad arcivescovo di San Salvador nel febbraio 1977 venne salutata con entusiasmo da tutti i quadri del potere costituito.
Un mese dopo, la via di Damasco. Quando, sotto le raffiche delle armi cadde padre Rutilio, in ultima analisi fu lui a cadere sotto l'urto della Parola di Dio e, come per Paolo, "all'improvviso lo avvolse una luce dal cielo".
Forse, a determinare il suo passaggio deciso dalla solidarietà col potere all'intransigente opposizione fu proprio la telefonata del presidente Molina che, ritenendo di fargli cosa gradita, gli annunziò per primo l'avvenuta esecuzione di padre Rutilio.Gli si aprirono allora gli occhi e le orecchie, e intuì tutta la portata delle parole dell'Esodo: "Ho Osservato la miseria del mio popolo... ho udito il suo grido... e sono sceso per liberarlo".
I tre anni di lotta che seguirono, fino alla sua morte, sono legati a queste risonanze bibliche. Basta leggere le sue omelie per rendersi conto come, alla radice del suo cambiamento, ci sia solo la Parola di Dio e non la smania di chi si serve degli oppressi per emergere e trovare consensi. Da quell'istante egli cominciò a vivere non pericolosamente, al punto che la morte se la sarebbe cercata con la sua caparbietà sia pure carica di tensioni morali. Ma fedelmente, scandendo cioè le sue scelte sugli stessi ritmi di Dio, fedele all'alleanza, che ha compassione dei suoi poveri. (...)

SPIRITUALITA' DEL DITO PUNTATO
Ma la Parola di Dio, oltre la spiritualità dell'esodo, ha costruito nel santo vescovo salvadoregno la spiritualità che, raccogliendo lo spunto da un apologo, potremmo chiamare del dito puntato.
Fu lo stesso Romero a raccontarlo, nell'omelia del funerale di padre Navarro, un altro prete ucciso nel maggio del 1977: "Si narra che una carovana, guidata da un beduino del deserto, era disperata per la sete e andava cercando acqua nei miraggi del deserto. E la guida diceva loro: Non di là, di qua. E così varie volte, finché uno della Carovana, innervositosi, tirò fuori la pistola e sparò alla guida che, ormai agonizzante, tendeva ancora la mano per dire: non di là, ma di qua. E così morì, indicando la strada".
C'è in questo apologo il riverbero di una coscienza profetica che in Romero ha ormai preso corpo e che, di giorno in giorno, diventa sempre più chiara. "Così dice il Signore: grida a squarciagola, non avere riguardo. Come una tromba, alza la voce. Dichiara al mio popolo i suoi delitti, alla casa di Giacobbe i suoi peccati".
(...)
Il parlare con coraggio e a viso aperto rivela, alle sue spalle, il "più grande io" a cui si è ormai abbandonato, anche se non mancano i fremiti della paura. "E' normale che ci tremino le ginocchia - diceva spesso - ma almeno che ci tremino nel posto in cui dobbiamo essere".
(...) Un mese prima della sua morte, sul quaderno degli esercizi spirituali, annotò: "Il nunzio di Costa Rica mi ha messo in guardia da un pericolo imminente proprio in questa settimana... Le circostanze impreviste si affronteranno con la grazia di Dio. Gesù Cristo aiutò i martiri e, se ce ne sarà bisogno, lo sentirò molto vicino quando gli affiderò il mio ultimo respiro. Ma, più dell'ultimo istante di vita, conta dargli tutta la vita e vivere per lui... Accetto con fede la mia morte per quanto difficile essa sia. Né voglio darle un'intenzione, come vorrei, per la pace del mio paese e per la crescita della nostra chiesa... Perché il cuore di Cristo saprà darle il destino che vuole. Mi basta, per essere felice e fiducioso, sapere con certezza che in lui è la mia vita e la mia morte; che, nonostante i miei peccati, in lui ho riposto la mia fiducia, e non resterò confuso, e altri proseguiranno con più saggezza e santità il lavoro per la chiesa e per la patria".
(...) Forse non c'è nessuna parola così frequente del vocabolario: di Romero come la parola speranza. Anzi, lo sapete, fu l'ultima parola da lui pronunciata quella domenica del 24 marzo 1980 alle ore 18,25, nella chiesa dell'ospedale della Divina Provvidenza mentre celebrava l'offertorio: "In questo calice il vino diventa sangue che è stato il prezzo della salvezza. Possa questo sacrificio darci il coraggio di offrire il nostro sangue per la giustizia e la pace del nostro popolo. Questo momento di preghiera ci trovi saldamente uniti nella fede e nella speranza". Un colpo di fucile lo introdusse nella cena del Signore.

SPIRITUALITA' DEL SERVO SOFFERENTE
A ispirare le scelte di Romero non furono certo la lettura dei testi marxiani e neppure le trascrizioni in chiave ideologica di qualche esponente deteriore della teologia della liberazione, e neppure l'ambigua suggestione di riconquistare nuovi spazi sociali da parte della chiesa, riscoprendo i bisogni dei poveri e utilizzando a scopo strumentale le sofferenze degli oppressi. Furono invece le assidue meditazioni sui carmi del servo sofferente di Jahweh.
Quanto dolore e quanta tenerezza, quanta passione e quanto coraggio, quanta rabbia e quanta preghiera, quanta denuncia e quanta pazienza vibrano nelle parole di questo "vescovo fatto popolo"!
"Abbiamo incontrato i contadini senza terra e senza lavoro stabile, senz'acqua, senza luce e senza scuole. Abbiamo incontrato gli operai privi di diritti sindacali, licenziati dalle fabbriche quando reclamano e completamente alla mercé dei freddi calcoli dell'economia. Abbiamo trovato gli abitanti dei tuguri, la cui miseria supera ogni immaginazione, con l'insulto permanente dei palazzi vicini. In questo mondo disumano, la chiesa della mia arcidiocesi, sacramento attuale del servo sofferente di Jahweh, ha cercato di incarnarsi".
Si staglia così nella visione pastorale di Romero, con tutta la limpidezza dei contorni biblici e con tutta la cogenza di un impegno di "compagnia" e di "consolazione", la categoria dei poveri, che diventano il principio architettonico di ogni rinnovamento sociale. "Il mondo dei poveri è la chiave per comprendere la fede cristiana... I poveri sono quelli che ci dicono cos'è la "polis", la città, e che cosa significa per la Chiesa vivere realmente nel mondo... Tutto questo non solo non ci allontana dalla nostra fede, ma ci rimanda al mondo dei poveri come al nostro vero posto!..."
Bisognerebbe leggere tutto intero il discorso pronunciato da Romero all'università di Lovanio, prima che venisse insignito della laurea honoris causa, per capire quanto sapore di vangelo c'è sempre nelle parole di questo santo vescovo salvadoregno (...)

Mons. Tonino Bello
(l'Omelia si conclude con la preghiera già riportata nella precedente news)

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