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28/07/2005: Il prete dei diseredati del mondo: Vincenzo De Florio, 77 anni, sacerdote missionario di Palagiano

Cominciò nel 1973 aiutando gli zingari. Visse con loro, da nomade, per 12 anni. Poi si occupò di tossicodipendenti. Infine andò in Brasile. “Dovevo starci un anno ma le condizioni sono cosi difficili che ci sto già da dieci”. Una interessante inter-vista realizzata qualche tempo fa al nostro missionario fidei donum, poi pubblicata su un giornale locale. Segue una precisazione dello stesso don Vincenzo...
Autore: Pierluigi Rota

Dettaglio della news

Vincenzo De Florio, di Palagiano, 77 anni, sacerdote da 53, dodici dei quali vissuti da nomade con gli zingari, missionario in Brasile, ê uno di quei preti di frontiera, ancora in prima linea nonostante l’età. Di fronte a don Vincenzo un’intervista non é più un’intervista. Le domande servono solo come spunto. Lui parla e non devi far altro che ascoltare.

“Mi sono trovato in situazioni diverse, con persone diverse che non sono andato a cercare. Cosi come non sono mai andato a cercare gli zingari, non ho mai cercato il Brasile, come non mi ero mai messo alla ricerca dei tossicodipendenti, quando ero con gli zingari e sono stato richiamato in diocesi a Castellaneta. Rileggendo la mia vita, credo di poter dire che devo aver letto pochi libri. Ogni uomo, leggevo una volta da qualche parte, è una biblioteca, per cui mi appassiono di più vivendo con i fratelli che incontro sul mio cammino. Leggere i libri, quelli scritti, mi stanca e capisco forse meno”.

E cosa le interessa leggere, allora?
“Mi interessa leggere la vita degli uomini, soprattutto quella dei fratelli nella sofferenza, nella precarietà o emarginati; fratelli che ho cercato di aiutare anche da semplice prete e poi da parroco nella normalità del quotidiano, fino a che non giunsero gli zingari in parrocchia, e vi si accamparono. La mia vita mutò totalmente: gli Zingari aiutarono la mia conversione! Li sentivo esclusi dalla cerchia dell’umanità.
Così mi sono trovato tra gli Zingari, là dove non avevo mai pensato prima, quasi senza volerlo; in un primo momento perché, entrati nel mio territorio parrocchiale, sentivo che facevano parte della mia comunità. Mi sembrava che il Signore fosse venuto a visitarmi e che aspet-tasse che gli aprissi… il cuore.
Io ho accettato loro e loro hanno accettato me”.


Era il 1973 quando don Vincenzo iniziò ad occuparsi di loro e dal 1977 al 1989 ha vissuto da nomade al seguito di una comunità di Zingari provenienti dalla ex-Jugoslavia e in seguito tra le baraccopoli degli Zingari calabresi.

Che esperienza fu?
“Li sentivo esclusi dalla cerchia dell’uma-nità. Mi sono cosi trovato tra gli zingari. È stata un’esperienza talmente stupenda che non potei trattenermi dallo scrivere un libro, edito dalle Paoline nel 1986 col titolo "Zingaro mio fratello" e, purtroppo, mai più ristampato”.

Poi?
“Fui richiamato in Diocesi perché desideravano fossi presente, per aiutare il Vescovo. Ed é allora che mi sono imbattuto nei giovani tossicodipendenti”.

Nacque cosi una comunità di accoglienza, prima a San Basilio, nei pressi di Mottola, e poi a Monte Sant’Elia, una masseria nelle campagne di Massafra.

Che situazione trovò?
“Come vicario del Vescovo, mi trovai davanti ad un gemellaggio che la nostra diocesi stava già vivendo con quella sorella di Proprià, in Brasile.
Tristemente famosi in Brasile sono i meni-nos de rua, "bambini di strada". Il progetto di gemellaggio tra Ia diocesi di Castelianeta e quella di Proprià prevede anche un programma di adozioni a distanza”.


Don Vincenzo ê divenuto nel 1996 parroco di Santana do São Francisco (Sergìpe – Brasile), centro che sorge sulle sponde del fiume São Francisco, che comprende anche una serie di villaggi: 8000 abitanti in tutto.

Andò li?
“Chiesi, nel 1995, di vivere un anno in quella diocesi lontana. Quando sono arrivato li, mi sono accorto che le loro necessità erano molto maggiori delle nostre, qui in Italia. C’erano e ci sono fratelli privi di ricchezze economiche ma ricchi di ricchezze vere; quelle che, come dice Isaia, non si comprano con il denaro.
Il fiume San Francisco ê poco pescoso, pur tuttavia senza di esso Santana non sarebbe Ia stessa. Li si svolge gran parte della vita quoti-diana, sin dalle prime luci dell’alba. Li si attinge l’acqua da bere e per la cucina. Li si lavano le stoviglie e i panni. Lí ci si fa il bagno e vi si fanno abbeverare i cavalli.
Anno dopo anno ho rinnovato il mio servizio.
Quell'anno che chiesi di vivere in Brasile sono diventati ormai dieci”.


Chi vuole incontrare?
“lo non vado in cerca dei poveri di tutto il mondo, perché i poveri il abbiamo in casa nostra. Io mi fermo con gli uomini che la Provvidenza mi fa incontrare e sono contento di quel poco che do”.

Don Vincenzo ogni estate torna qualche mese in Italia e riparte per il Brasile. Lo aspettano con trepidazione. Per lui, ormai, ê un ritornare a casa; forse lo è piú di quando torna alla sua vera casa, dai suoi due fratelli, a Palagiano.
Quando riparte per il Brasile le sue valigie sono piene di doni, di medicinali ma anche della sua umanità e del suo grande amore verso gli ultimi.

Pierluigi Rota


Se il mio essere prete è come Pierluigi Rota mi ha visto, ne sono ben lieto: essere “Il prete dei diseredati del mondo” è stato il mio sogno di vita sacerdotale fin da ragazzo, anche se vissuto poi con tanti limiti.
Ho sempre pensato, però, di non essere un personaggio ma un semplice prete che cerca di vivere come Cristo Gesú ci ha insegnato e come ogni cristiano ha da essere. Se la semplicitá di vita può sembrare una eccezione, ringrazio il buon Dio che me ne ha fatto dono, sperando in preghiera che tanti altri cristiani si lascino coinvolgere… Se lo si scambia per voler essere "personaggio", forse è solo perché si è un po’ persa la dimensione vera di vita cristiana.
Ringrazio l’Associazione "Orizzonti Nuovi", che tanta parte ha nel mio essere missionario in Brasile, per aver pubblicato nel suo sito la testimonianza di Rota, pensando che possa giovare a quanti cercano, come me, di essere semplicemente cristiani, più che personaggi.

Don Vincenzo


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