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17/10/2005: Sto in una favela

Intervista a tutto campo con don Vincenzo De Florio, che dal 1996 vive a Santana do São Francisco, in Brasile. “Un piccolo villaggio dove la gente sa vivere con poco. E i bambini amano il loro mondo”.
Una intera pagina sul quotidiano locale tarantino, dedicata al nostro missionario fidei donum, appena rientrato in Brasile... Nella pagina originale del corriere anche un provocatorio commento di Michele Cristella: "Diffondono il contagio della bontà, eppure quasi nessuno parla di loro"
Fonte: Corriere del Giorno    Autore: L. Perniola
» Pagina originale del Corriere del Giorno, 12.10.2005

Dettaglio della news

E’ nato prete! Don Vincenzo De Florio da Palagiano, 77 anni di un intenso percorso di vita, sorretto da una fede incrollabile e da un’umiltà disarmante. Parroco di frontiera, da sempre accanto agli emarginati, dai tossicodipendenti ai Rom, coi quali ha condiviso lunghi anni della sua missione, vive da tempo tra i piccoli dimenticati del nord-est brasiliano, terra di grandi contrasti ma ricca di quelli che lui stesso definisce “sentimenti veri”.
Lo abbiamo incontrato in uno dei suoi soggiorni palagianesi, poiché ama ritornare alle origini quando può allontanarsi dal municipio di Santana do São Francisco in cui opera dal 1996.

Don Vincenzo o don Vicente?
Padre Vicente, lì il Don si dà solo ai vescovi.

Partiamo dall’inizio: quando ha sentito la vocazione? È stata una scelta difficile?
Beh, penso che tutte le vocazioni richiedano solo disponibilità…cioè, se la vocazione è una chiamata particolare, è un progetto di Dio e ogni vocazione è semplice perché Dio è semplice.

Una scelta di semplicità allora…
In gergo ecclesiale noi diremmo “disponibili al soffio dello Spirito di Dio”…soffia, ci si lascia condurre.

Poi la decisione di vivere con i diseredati, con gli “esclusi dalla cerchia dell’umanità”: i rom, i tossicodipendenti, i meninos….
Io amo sempre ripetere che ho scelto Gesù Cristo e cerco di incontrarlo laddove lo si incontra con più sicurezza. Non sono andato a cercare i diseredati ma con quelli che il Signore mi pone accanto cerco di non andare oltre. Quando incontro situazioni lungo il mio cammino…ricorda la parabola del Samaritano? Io cerco di fermarmi.

Il romanziere brasiliano Ubaldo Ribeira ha scritto: “Con un viaggio rapido si passa dall’età della pietra a quella dell’informatica”. Il suo Brasile com’è? Com’è il mondo visto con gli occhi di uno dei suoi meninos?
Io sto in un piccolo villaggio che si potrebbe dire essere tutto una favela ma dove si vive la semplicità del villaggio, dove la gente sa vivere con poco. I bambini vivono e amano il loro mondo. I grandi a volte mi dicono: “Tu sei del primo mondo”, i meninos questo problema non se lo pongono, vivono nella gioia, giocano con semplicità. La gente si meraviglia quando dico che lì ogni bambino ha un cavallo: una volta ho chiesto ad uno dei bambini perché andasse con un bastoncino tra le gambe, lui mi ha risposto quasi con sfida: “E’ il mio cavallo!”. Vede, basta capire che significa “cavallo”!

Il Brasile ha il Pil in crescita del 3,7%, non a caso Tronchetti Provera investe in un Paese in cui “la crescita è celere perché la popolazione è giovane e la domanda è forte”. Lo stesso ambasciatore italiano Valensise dice che Montezemolo è a capo di un gruppo di imprenditori che mantengono contatti con partner locali: merito prima di Cardoso poi di Lula. Quanto influisce tutto ciò nella vita dei villaggi?
Negli emarginati villaggi del nord-est non influisce per nulla. Come si spiega? Il Brasile è nato 500 anni fa: in Europa si dice “la scoperta dell’America”, in America “l’invasione degli Europei”. I Portoghesi che incontrarono gli Indios furono accolti con festa, loro non pensavano che fossero lì per conquistarli: è stato fatto sterminio di chi non si sottometteva alla schiavitù. Il Brasile è nato nello sfruttamento. Nel 1888, abolita la schiavitù, è continuata quella di fatto perché se togli le catene e non dai nessun mezzo di sussistenza significa continuare di fatto la schiavitù. Adesso il popolo è succubo dei politici, Lula ha dato delle speranze, ci si aspettava di più, come minimo una seria riforma agraria. Dovrebbero essere espropriate terre che risultano abbandonate, come chiede il movimento Sem Terra, ma basta che i latifondisti ci mettano due mucche…basterebbe che la legge di riforma ponesse un limite massimo al latifondo, anche alto, purché ci fosse. Quando sono arrivato c’era un progetto faraonico di riforma, oggi quelle estensioni enormi sono in mano alle multinazionali, ai politici, ai banchieri che le sfruttano con la tecnologia, quindi danno poco lavoro e la manodopera non è assicurata ed è sottopagata: 2 euro al giorno!

…e i bambini?
Loro giocano, sono allegri, felici.

Le paiono simili ai nostri?
Ah, no no, sono molto più felici: gli basta un bastoncino per avere un cavallo, una carta raggomitolata per avere una palla o se li inventano i giochi e, siccome sono giochi che loro hanno costruito, li soddisfa di più. Difatti quando mi dicono perché non porti qualche ragazzetto qua, rispondo che lo renderei infelice perché si sentirebbe povero in un mondo così sofisticato come il nostro.

Pensa che il nostro modo di vivere allontani i bambini dal sentire religioso?
Non saprei dire. So che la comodità non aiuta a scoprire i valori perché ti fermi al superficiale. Gli agi ti addormentano sui valori, si è distratti dal dono della fede.

Torniamo in Brasile: quali sono i veri nemici da combattere?
(Sorride) Non so vedere i nemici. Sono le situazioni che si dovrebbero combattere: lo sfruttamento che continua sulla povertà della gente. Ho l’impressione che i politici amino questa situazione perché la possono sfruttare in pieno. La gente non ha né coscienza né forza di riappropriarsi della propria libertà, di fare scelte più sensate, anche perché non si presentano alternative: in genere votano chi promette un chilo di fagioli perché almeno lo otterranno. Dicono che è meglio un uovo oggi che una gallina domani perché quel domani non arriverà mai. Non hanno prospettive di scelta valide.

Subisce ostilità da parte di qualcuno?
No, con i politici locali siamo in rapporto di rispetto. In genere quando viene la gente a chiedere come dare il pane ai loro bambini dico che dovrebbero essere loro a occuparsene, se aspettano che siano i politici…

Se dovesse paragonare l’esperienza con i Rom all’attuale?
Sono esperienze molto differenti che non ho vissuto come esperienza ma come vita. Sono due etnie che non si incontrano da sempre: con i Rom l’emarginazione è più sociale invece con il nord-est brasiliano siamo nello sfruttamento economico.

Perché ha lasciato il cammino con i Rom?
La Chiesa di Castellaneta sentì il bisogno di richiamarmi come vicario, io ho sempre cercato di lasciarmi condurre dal soffio dello Spirito. Avrei voluto continuare perché dai Rom difficilmente si va, una volta tanto che Dio aveva trovato uno disposto a condividere la vita di questi fratelli…però so che non sarò io a salvare il mondo! Ho dato il mio servizio, mi è stato chiesto un altro servizio, forse perché l’esperienza coi Rom doveva essere preparazione all’attuale servizio.

Poi c’è sempre il ritorno a Palagiano però…
Ogni anno per almeno 15 giorni, per una serie di motivi differenti: dagli anni che passano alle terme per rimettere in sesto la mia salute, a motivi familiari, al motivo ecclesiale per comunicare alla mia Chiesa la gioia di questo dono che sto vivendo.

Un ricordo caro che la lega indissolubilmente alla sua terra
Non è facile puntualizzare…io penso che in fondo ognuno di noi ha delle radici che vanno oltre gli anni della propria esistenza, cioè io sono nato in Palagiano molto prima di essere nato. La nostra storia inizia già dai nostri genitori, ritengo che abbiamo delle radici che ci fanno sentire bene quando si torna qui; non che non stia bene anche lì, anzi sto benissimo. Sono contento, felicissimo quando sto a Palagiano ma lo sono altrettanto quando sono libero tra persone semplici e molto umane là nel nord-est brasiliano: la gente ti vuole un bene enorme e a loro puoi dare qualcosa poiché la gioia più grande è vedere di poter essere ancora valido e utile agli altri. Tornare a Palagiano invece è come tornare al proprio nido.

Un ricordo di Don Giovanni Pulignano
Una grande fratello, un grande amico che condivideva volentieri questo servizio che sto rendendo alla Chiesa in Brasile. Lui è venuto ben due volte da me.

Un consiglio ai giovani palagianesi
In Brasile i giovani sanno giocare bene a pallone, sanno ballare il samba ma poi ideali non ne hanno tanti perché lì si vive il giorno dopo giorno. Ai giovani palagianesi direi di approfittare della loro gioventù per non sciupare questi anni, di collocare le radici, di non seminare vento nella propria vita che si raccoglie tempesta ma piantare valori:coltivare generosità, ragazzi che amano la pace, il servizio agli altri…capire che Palagiano un giorno sarà così come loro lo costruiranno, se già da ora collocano radici solide nella loro vita o sarà un Palagiano apatico, superficiale, appiattito se vivono senza ideali, senza progetti, senza valori.

Ho visto il suo fotolibro nel sito dell’associazione Nuovi Orizzonti di Castellaneta: bella opera ma non teme di essere strumentalizzato per questo suo modo di essere chiesa? Magari può esserci avversione…
No. Io vorrei che altri seguissero questa scia, questa strada che è capitato a me aprire. Non trovo risposte già pronte, casomai, ma opposizione no, anzi, ho trovato sempre gente entusiasta di questo servizio anche se lo vede fuori dalla propria visuale.

Allarghiamo la prospettiva: la Chiesa di Giovanni Paolo II è stata certo militante, qual è la prospettiva del nuovo Papa secondo lei?
Io penso che c’è qualcosa al di sopra della Chiesa che conduce la Chiesa. Penso a Giovanni XXIII che si considerava un Papa di transizione e cambiò la Chiesa, come adesso il nuovo Papa dice egli stesso essere di transizione…so che è molto intelligente, so che al di sopra di lui c’è lo Spirito di Dio che guida. Il futuro non ci appartiene, ho speranza senz’altro, sono sempre un uomo di speranza. Io vivo il quotidiano, il futuro lo vivremo se avremo tempo.

Cos’è la fede per Don Vincenzo?
E’ una parola! -Sorride- Per me è credere che Dio mi vuole bene sul serio. Quando si sperimenta questo… perché fe-de significa credere, ma non a una dottrina bensì a un amore, credere che Gesù Cristo non è venuto per dare una dottrina ma per annunziare, partecipa-re un Amore.

Grazie
Grazie a voi che avete avuto attenzione a chiacchierare con me, facendomi riflettere un poco sul mio vivere.

Sarà un caso che gli anni che passano lo fanno assomigliare sempre più a uno dei primi apostoli?

Lorella Perniola


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